"La Nottola di Minerva" nasce dall'idea secondo la quale, in un momento in cui i fatti sono avvenuti, non sia più il momento di rinviare le riflessioni. Da qui la necessità di mostrare cosa pensiamo del presente - attraverso considerazioni sul presente o attraverso l'Arte, che il presente sempre annusa, coglie e trasfigura.
PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
Questo romanzo racconta la storia di Demetrio, giornalista trentenne, e del suo rapporto con determinate figure della memoria, pubblica e privata, che da sempre lo ossessionano e lo influenzano.
Il racconto si muove sul filo della deriva psicologica – tra reticenze e confessioni, sprofondamenti nel dramma e soprassalti ironici, non privi del sentimento di una conquistabile felicità: vi si mescolano, come le tessere di un misterioso mosaico di cui si debba ricostruire il disegno originario, le apparizioni di Renato Curcio, il fantasma diMohamed Atta, il Cristo di Quattordio, la veggente in comunicazione con l’anima di Vittorio Alfieri, le spoglie di Cesare Pavese e l’icona della giovane pallavolista che nasconde nel suo passato il misfatto più grande, l’omicidio della madre e del fratellino – la giovane imperatrice che condensa su di sé i crismi fondamentali della coscienza edipica occidentale.
Queste epifanie, collegate alla morte del padre del protagonista, all’infanzia turbata dalla misteriosa disfunzione sessuale del fratello minore e poi al rapporto masochistico/sadico con Giulia e con le donne che in generale popolano la sua esistenza, convincono Demetrio d’essere stato toccato dal male. Un cammino che solo alla fine sembra accennare alla possibilità di trovare un ordine, e di redimere il male senza esorcizzarlo.
IL COMMENTO
Il 2009 è stato un anno importante dal punto di vista letterario.
C’è stata una piccola carambola che ha coinvolto alcuni autori che si sono imposti con una voce stranamente matura, come se – benché fossero al primo romanzo compiuto – attingessero a radici che andavano al di là di loro; come fossero esplosi da un’eredità comune in direzioni diverse.
L’eredità comune viene dalle radici della letteratura italiana contemporanea, spesso esplicitate di continuo – quasi a voler evocare i propri numi tutelari.
Questi tre autori, usciti tutti e tre per piccole case editrici ma con chicche che rendono le loro opere irrinunciabili, sono Demetrio Paolin (Il mio nome è Legione, Transeuropa), Gabriele Dadati (Il libro nero del mondo, Gaffi) e Emanuele Tonon (Il nemico. Romanzo eretico, ISBN).
E l’eredità comune parte da Giulio Mozzi e dal suo Il male naturale e poi prende impulsi diversi: Levi e Pavese per Paolin, ma con profondi innesti della tradizione letteraria italiana; Moresco e Volponi per Tonon; e, per Dadati, un senso del maestro che non si può rendere qui – e che in parte appare qui – ma che permeerà il suo lavoro appena successivo, Piccolo testamento, espressamente dedicato al suo Stefano Fugazza.
Dei tre romanzi, quello di Paolin è forse il figlio legittimo de Il male naturale; a partire non solo da evidenti citazioni – partiamo da Tomacek – ma dall’intero tessuto che ricopre il romanzo.
Questo tessuto simbolico corrisponde a un’indagine sul Male che Demetrio, voce narrante, effettua all’interno delle 140 pagine dello scritto, con una leggerezza di voce pesante – scusate l’espressione – che costituisce probabilmente l’aspetto più caratteristico di questo scritto.
Leggerezza di voce pesante significa essere il proverbiale elefante nella cristalleria, e averne la consapevolezza, e muoversi con una cautela dovuta a questo status di elefante che una mosca non avrebbe.
Lo scritto potrebbe essere una raccolta di racconti, e non lo è; non lo è già programmaticamente partendo dal titolo, segnalando attraverso una citazione biblica un coacervo di mali che si incarnano in persone che circondano lo scrivente, lo attraversano e di lì, forse proprio in virtù delle di lui inferenze, diramano la forza delle proprie azioni.
Abbiamo il male fisico (Silvio), il male dell’indifferenza (il padre di Demetrio), il male della pazzia (i guaritori), il male dell’infanzia (Tomacek), il male della violenza famigliare (la ragazza), il male della devianza religiosa (Mohamed Atta); e ancora il male di Curcio, che sta forse più nella polo Lacoste che indossa che ciò che Curcio stesso ha significato nel tempo; e in tutti questi mali Demetrio voce narrante diventa colui che questi mali li deve capire, interpretare, quasi svolgere. Di fronte allo sguardo allibito di due figure femminili, Giulia e la madre, Demetrio deve scarnificare questo male per attingere alla sua sostanza; capire se questo suo rifiuto di seguire il fratello ha significato un tentativo di salvare se stesso dal Male, dal fratello, o forse salvare se stesso dall’indifferenza dei genitori, impreparati nella loro semplicità di fronte alla complessità.
O se non è, forse, un ricrearlo lui stesso, questo Male.
E allora eccoci di fronte al tema del libro. Il capovolgimento del Male, Tomacek bambino che è adulto di fronte ad adulti-bambini, suggerisce come il Male sia nell’anima, il punto in cui siamo rintanati. La condizione di fondo. Come il Male, addirittura, si annidi nell’innocenza: nel ragazzo down che urla alla propria ragazza Io. Sono. Qui., incapace di accettare che lei possa avere altri foci d’attenzione; nella frase, che ci siamo segnati come fulcro del libro, “Abbiamo sempre bisogno di una lucertola da appendere per la coda come dell’ossigeno”. L’ossigeno linfa vitale dell’organismo, fonte della vita.
Quando parlo in pubblico di libri sul Male la risposta che ottengo immancabilmente è “Ma non potremmo parlare del Bene?”.
La risposta credo sia in questo romanzo; parta da qui. Se il Male è naturale, come diceva Mozzi, questo è il passaggio successivo – una sorta di spin-off – che indica come il Bene possa entrare in una dimensione volontaristica. Silvio si salva grazie al rifiuto di Demetrio di seguirlo; all’indifferenza del padre di Demetrio, alle sue migliaia di sigarette accese e spente, corrisponde l’azione – attiva già nel suo significato etimologico – del ridipingere il cancello alla sua morte; all’atto malefico dell’omicidio di madre e fratello da parte della ragazza corrisponde, in qualche modo, l’atto benefico del bager durante la partita di pallavolo. Atto benefico che chiede attenzione, concentrazione, competenze.
Paolin rovescia, in questo libro, l’idea semplice di una innocenza perduta su cui si installano colonnati e architravi del Male. A questo non crede, lui che studia Levi e che quindi con questo Male profondo, immenso, incomprensibile deve andare a patti. E allora ci dice, qui: il Male è già sotto, già dentro. Se vogliamo bene/dirci non dobbiamo tornare all’Età dell’Oro ma andare avanti, attivarci, andare alla Luce. È il senso del parto, che dal nero va al bianco. Il senso della dedica alla figlia Rebecca, “mia ragione e mia pace”.
E solo questo attivarsi consapevole e umile può essere il cammino della salvezza.
© Ivano Porpora
Demetrio Paolin, “Il mio nome è Legione”. Transeuropa 2009, € 12.90.
Intervista su ThrillerMagazine.

Illustrazione ispirata alla poesia yanotequiero di María Leach.
Mentre scrivo queste parole Silvia, alle mie spalle, canticchia Non gioco più, me ne vado. Come se questo “Non ti amo più” diventasse una sorta di gioco, una sospensione di donna matura che ricerca una leggerezza perduta.
È da tempo che seguo il lavoro dell’artista catalana Paula Bonet. Mi è stato segnalato da qualcuno tempo addietro e, in qualche modo, appena mi giro mi insegue: qualche giorno fa a Frascati ho visto una borsa in tela su cui era stato ricalcato un disegno del suo inconfondibile stile.
Il lettering elaborato, il tratto sporco eppure convincente, l’uso del colore mai pedissequo, e soprattutto – ciò che mi convince di più – una sorta di abluzione nei ritratti che fa, come se rispecchiasse in loro un tratto comune a noi.
Le rendo omaggio qui, sperando di trovarla presto.
PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
Forse non è cosí vero che l’istinto materno non sbaglia mai. A volte scegliamo di non dare peso a una piccola crepa, un’incrinatura impercettibile, che a poco a poco scalfisce, fino a squarciare. Cosí succede a Carlo, che all’improvviso si ritrova inerme «come chi è rimasto dalla parte sbagliata di un fiume dopo il crollo di un ponte». Perché Isabel, sua moglie, lotta contro i propri demoni nell’accanito inseguimento di una purezza assoluta. Che svuota, logora, annienta. Anche il loro bambino. Marco Franzoso ha scritto una storia attuale e sovversiva, che sfida molti luoghi comuni. Una storia dura raccontata in punta di penna, che non ti togli piú dalla testa.
IL COMMENTO
Raramente mi è capitata una recensione così difficile. Non perché conosca Franzoso – è tra i miei amici su Facebook ma, se ricordo bene, abbiamo solo scambiato un paio di commenti su Twitter a suo tempo (e manco l’avevo realizzato, questo, quando ieri notte ho preso il romanzo in mano) – quanto perché il libro, benché di sole 130 pagine e rotte, si rivela un dedalo di difficoltà diverse, addirittura di stili diversi. Con intersezioni temporali che danno ritmo al racconto, trasformando una tragedia in una sorta di noir – e lì, bravo l’autore che si è inventato una struttura a incastro che tiene perfettamente; con capitoli che hanno un ritmo e, devo dirlo, una felicità d’esito altissimi e capitoli che hanno messo invece a dura prova la mia resistenza di lettore.
Il voto che ho dato su Goodreads al libro è tre stelle su cinque. Sono estremamente contrariato per questa diffusione della scala Likert – avessi potuto avrei dato almeno il mezzo voto in più; eppure qui mi rendo conto come anche la semplice sommatoria non sia indicativa, in un libro che ha un retrogusto fortissimo (e che merita voti decisamente più alti) ma che semplifica con strutture ed espressioni narrative alla ultimo De Carlo – le conversazioni fluide, il ritmo vibrante - l’inizio del rapporto tra Isabel e Carlo. Là dove una certa complessità avrebbe dato maggior peso al tutto, una migliore resa, un migliore equilibrio al romanzo. Isabel che in quelle dannate venti pagine salta fuori come stereotipata, quasi una Anna di “Nel momento”; e che poi invece risalta, prende quota con la diminuzione del peso, con la sua schiena mostruosa, con la sua ossessione in un cupio dissolvi che estende al figlio nel tentativo, assurdo e senza fine, di renderlo prossimo alla luce. Di crederlo un bambino indaco – e quanti fiocchi azzurri e rosa in dimensioni giganti vediamo in giro per le città, quasi a dire “Qui è davvero nato un bambino speciale, non a casa tua, quel povero stronzo che ti ritrovi tra le braccia e culli ma ha un fiocco che è un terzo di questo”…
E qui Franzoso ribalta le carte in tavola e rende pagine bellissime, intense, cupe ma con una complessità psicologica invidiabile; tanto più intense là dove mostra un uomo che si arrende non perché incapace o immaturo di natura quanto perché non ha appigli, non ha più idee di fronte a una fissazione, non ha spinte di fronte a una madre pronta a levargli il figlio, e perché alla malattia – a certe malattie – non è facile trovare risposte. Anoressia e depressione in questo sono malattie con un carico gravissimo, e meravigliosa è la scena della chiesa in cui la nonna di fatto compie un rito guaritore: da nonna si trasforma in madre, madre solerte, e trasforma l’acqua del cibo in vino, in componente solida, densa di materia, invertendo di potenza il cortocircuito energia-energia di Isabel – che di fatto depotenzia e toglie energia – e trasformandolo in energia-materia.
In un amore che si rende sostanza attraverso la carne, il prosciutto, il formaggio, i cracker.
Io, ora, di voti non so parlare. Mi viene da dire: prendete la parte dell’amore paradisiaco tra Isabel e Carlo e passateci su come panzer, trattenendo il fiato. Il resto è meraviglioso respiro, è un dolore materico, è un libro che va letto.
© Ivano Porpora
Marco Franzoso, “Il bambino indaco”. Einaudi 2012, €16.00
PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
Aprire una birreria nei luoghi in cui la tradizione e l’economia si reggono sul vino. Iniziare a farsi la birra da soli in un paese dove la legge non lo prevede e non si sa neanche quali permessi ci vogliano. Trasformare un sogno in realtà e vedere la nascita e lo sviluppo di una cultura nuova della birra in Italia. Questa è la storia di Teo Musso.Si vestiva strano, si truccava molto e andava in giro per l’Europa in autostop quando decise di aprire la birreria Baladin nella piazza del suo paese, Piozzo. Era il 1986: nelle Langhe esisteva solo il vino, in Italia l’unica possibile birra era una bionda industriale rigorosamente pubblicizzata da una bionda sorridente. Quasi nessuno poteva sospettare che in pochi decenni sarebbe scoppiato quel movimento di passione, gusto e cultura della birra artigianale che è ormai una realtà sempre più in espansione. Ma non c’era calcolo nell’impresa di Teo: c’era solo la scoperta entusiasmante delle infinite possibilità espressive dell’universo della fermentazione artigianale e la capacità di contagiare con il suo entusiasmo, e con la bontà delle birre che riusciva a produrre, dapprima i clienti della sua birreria, poi i ristoratori più attenti e aperti, poi sempre più persone in quella che stava diventando una vera e propria rivoluzione, la consacrazione della birra artigianale come prodotto d’eccellenza della gastronomia italiana, da valorizzare all’interno del mondo di Slow Food e di Eataly, da bere e gustare come se fosse un vino d’annata. Un’avventura esaltante, piena di storie e di personaggi di ogni sorta, di passioni brucianti (per la musica, per il circo, per le donne) e di sapori inaspettati: ciliegie e cipolle, arance e caffè, resine e zenzero, Madeira e whisky torbato. E un mondo che prima non c’era. Con una prefazione di Carlo Petrini e un’appendice di Maurizio Maestrelli.
IL COMMENTO
Ho un compagno di classe delle elementari, Denis, che si occupava d’affari. Non so bene quali affari – io ero rimasto a quando si divertiva a raccontarci i film di Bud Spencer e Terence Hill che aveva visto la sera prima, mimando in maniera esagerata i cazzotti in testa o i bidoni che rotolavano. Ci siamo persi di vista per circa venticinque anni, persi di vista per quanto ci si possa perdere di vista in un paese che, benché abbia 20.000 abitanti, resta sempre – di mentalità e conformazione – un paesino.
Poi un giorno mi hanno raccontato come avesse creato la sua birra, la birra personale, Tubal (Tubal fu, leggo, il nipote di Noè che per primo bonificò la Pianura Padana permettendone la coltivazione di cereali). Quando ci siamo sentiti, per altri motivi, Denis mi ha spiegato come parte del suo processo di avvicinamento alla produzione di birra fosse necessariamente passata da Piozzo. E quindi via: un altro che viene da lì.
Piozzo è un comune di 1010 abitanti, sulle sponde del Tanaro – per intenderci: a una ventina di chilometri da Mondovì. Già il fatto che i 10 abitanti oltre il migliaio siano segnalati, avendo rilevanza statistica, indica che è proprio un paesino piccolo. Chiese, bar, piazza e via andare. Ma è lì che è nata la leggenda della birra artigianale italiana: da quel paese e da uno dei suoi abitanti, Teo Musso. Viene facile dire: uno che non c’è stato. Ma provate a contare fino a duemila. Avrete sottomano duemila secondi; essere sulla bocca di un paese intero, e sullo sguardo contrario di chi beve e produce e pensa vino da una vita, per una trentina d’anni, è ben più pesante che questi soli duemila secondi. È un’ostinazione che buca il ferro.
Il libro, avvincente come lo possono essere le storie imprenditoriali di chi non ci sta e, appunto, buca, racconta la vita di Teo Musso – e, non a caso, un capitolo è proprio dedicato alla burocrazia impossibile in Italia, al macchinario importato dal Belgio su un bilico senza targa, ai chili di carte portati a funzionari prima beffardi e poi allibiti. Tutto in virtù di quello che molti chiamano il fuoco, molti la missione, e che Musso chiama il tunnel.
Il tunnel perché, laddove altri si sono concentrati su uno scopo, ciò che ha fatto di Teo Musso un capostipite della birra artigianale e un esempio nel mondo – al punto da apparentarsi con altre iniziative d’eccellenza nel settore della ristorazione, come Eataly, e da circondarsi da chi di ristorazione giusta ne capisce, come Carlin Petrini -, non è stato l’orientamento allo scopo quanto un dinamico stare. Ce lo illustra benissimo Marco Drago, suo compagno di avventura nel libro: il dinamico stare del birraio consiste nel suo concentrarsi sul prodotto prima e allora, un restare chiuso in un mondo che di alchemico ha molto, al punto che dei sei prodotti di maggior successo di Baladin i due che Musso considera più innovativi hanno riscontrato il minor successo – proprio a causa di un carico d’innovazione non necessariamente legato all’immediata fruibilità.
In Giappone lo chiamano kaizen, il continuo migliorarsi; in Piemonte lo chiamano lavorare. Mi raccontava un amico dell’esempio, forse mutuato da Levi, del muro che i nazisti chiesero a un muratore piemontese di tirare su, e che ogni giorno veniva giù sotto le bombe alleate. E lui, giorno dopo giorno, lo ricostruiva incurante delle bombe ma orientato solo al suo lavorare – senza gli orpelli di un avverbio, bene, completamente inutile qui.
L’ho detto: la storia di Teo Musso e del suo Baladin (cantastorie, in francese) è avvincente. Più di tutto mi ha colpito il rilievo sul marketing di fine libro. Il marketing visto come un avvicinamento a un prodotto figlio della terra e vicino alla terra – e quanto questa cultura del marketing, vicina e amica del lavoro, è lontana da quella della promozione e vendita del prodotto svincolata dal prodotto e figlia di una sensazione!
Musso di tunnel ne ha avuti diversi: mi vengono alla memoria, snocciolati alla rinfusa, i flipper, l’alta fedeltà, la grafica, la creazione di bicchieri – il teku, bicchiere da degustazione di birra divenuto standard nel mondo, prende il nome da Teo Musso e Kuaska, degustatore di livello internazionale. Questi si chiamano pazzi; ma di questi pazzi il nostro mondo si può, in qualche modo, vantare. Si deve vantare.
© Ivano Porpora
Marco Drago e Teo Musso, “Baladin, la birra artigianale è tutta colpa di Teo”. Feltrinelli ed., € 14.00
PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
A Bologna c’è un nuovo supereroe. Matteo, prossimo alla laurea, scopre di potersi trasformare in Dreadlock, potente rasta capace d’evocare gli elementi naturali: salta fin quasi a volare col sostegno del vento, erige muri d’aria, manipola il fuoco e la terra. Ma cosa può davvero Dreadlock fra conflitti etnici ed economici, terrorismo senza ritorno e svilimento postremo della dignità umana? Jacopo Nacci racconta un universo ferito da media e Potere con una narrazione spiazzante che deve molto al fumetto e ha la forza di una parabola. Perché interroga il bene come il male, passando per l’egoismo, il fallimento, la collera, la carne e lo spirito, che bruciano assieme in un mondo al collasso.
IL COMMENTO
Come si possono conoscere le persone? Quando puoi dire ragionevolmente di avere acquisito una conoscenza sufficiente di una persona, tale per cui tu possa dire “Su questo aspetto di lui/lei metto la mano sul fuoco”?
Credo mai. So però che il mio primo metro di valutazione è curiosare nella libreria delle persone; dare un occhio a quanto leggono.
Per estensione a quanto ascoltano, vedono: insomma, ciò di cui si nutrono.
In un presuntuoso, quanto spesso vero, Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei. Mi è capitato recentemente, in occasione di una presentazione a Pesaro, di vedere la libreria di Nacci, e mi ha impressionato per la forte settorialità di alcuni argomenti e l’estensione invece di altri. Poi ci siamo messi a giocare – come il protagonista di Apocalisse a domicilio di Matteo B. Bianchi – sui lettori delle case editrici. Chi sono gli adelphiani? Chi gli arcaniani?
Mi ha colpito come Jacopo spaziasse dall’editrice Nord ad Adelphi, dalla saggistica impegnata alla narrativa. Questo per me – benché abbia una competenza nulla dei settori fantasy e fantascienza, che semplicemente mi annoiano – è indice di buona copertura. E quando la buona copertura si unisce alla buona scrittura, beh, è un piacere.
Bene. Dreadlock! è un buon libro. Un buon libro con un buon impianto, qualche piccola lacuna narrativa ma un forte sottotesto concettuale. Personaggi a tutto tondo, potenti nel pensiero e nella loro distillazione. E – cosa rara, ma su cui torneremo – l’esatto numero di pagine: 84 per svolgere il tutto.
È un buon testo, dicevo. E lo è perché copre sui generis una branca che pareva (quasi) esaurita, quella dei supereroi, con il suo Dreadlock – mutante alla Hulk, ma con la – importante – differenza che queste mutazioni, che gli interessano anche colore della pelle, conformazione del naso e lunghezza dei capelli, sono volontarie e dovute all’assunzione di un particolare tipo di marijuana laddove Banner diventava Hulk per fattori indipendenti dalla sua volontà. Dreadlock è diverso da Kickass, meraviglioso eroe senza poteri; diverso dai consueti Marvel e DC; diverso dai supereroi difettosi di Mancassola. Dreadlock è un alter ego che assorbe l’ego del protagonista Matteo, confondendone le memorie e poi sopravanzandolo. Il paragone con Jekyll e Hyde è evidente: là dove Hyde è la metà oscura, però, qui Dreadlock è la metà – diremmo – potente e attiva, vigile, a contatto con le forze della natura sì da poterle evocare come superpotere. Evidente la competenza di un certo tipo di narrativa – fumetti e fantascienza – che però, curiosamente, non è il punto in cui la penna scorre più veloce. Comunque. Dove le due scissioni di Stevenson sono in stretto collegamento tra loro, confermandosi l’una con l’altra attraverso una memoria vigile che però si reinterpreta alla luce di chi vi attinge, in Nacci Dreadlock e Matteo non hanno memorie comuni se non minime e devono cooperare scrivendosi biglietti.
Curioso come il rapporto con le forze del Male – qui interpretato principalmente dal Grottesco nel volto del comico, dall’opposizione sistemica dei Laureati, nonché da persone a lui vicine che reinterpretano il Reale e la sua faccia come faccia cosmetica – intorti in qualche modo sia Matteo che Dreadlock, incapaci di reagire in maniera convincente di fronte a queste azioni che invece che essere di violenza pura sono reazioni spesso estetiche, spesso etiche. Volte cioè non a imporre il Male ma a giustificarlo, a dargli un nuovo assetto – purificatore in un caso, più reale del reale nell’altro. La scena del popolo, imbalsamato in pose sorridenti, che assiste al dialogo tra Dreadlock e il comico (sorta di Joker) richiama il pubblico televisivo incancrenito in un sorriso falso – e la scena più visiva del libro è proprio quella della reazione di Dreadlock, che qui non bruciamo per amore del lettore; la scena del Giampiero in carrozzella (sorta di Lex Luthor) che sul monitor illustra il ruolo dei Destatori e il loro senso (ruolo che, detto per inciso, mi ha ricordato molto un altro libro – sul cui titolo sto sbattendo la testa da almeno 30′ e che riporterò qui) richiama la concezione del Male che si può risolvere in Bene.
Destando, appunto.
Il libro di Nacci è un libro piccolo ma acuto, un saggio in forma di romanzo ma con parti narrative incalzanti e inconsuete. Una lettura non godibile nel senso stretto della parola, ma palpabile, densa. Un piccolo bijou che mi ha sorpreso – e che vi ripropongo.
© Ivano Porpora
Jacopo Nacci, “Dreadlock!”. Zona ed., € 10.00

PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
Delitto passionale. Raptus. Gelosia. Depressione. Scatto d’ira. Tragedia familiare. Perché lei lo ha lasciato, chattava su Facebook, non lo amava più, non cucinava bene, lavorava, o non lavorava. Nascondendo la vittima, le cronache finiscono con l’assolvere l’omicida: una vecchia storia, nata in tempi lontani e ancora viva fra noi. Per questo bisogna imparare a parlare di femminicidio. Tutti, non solo i media. Dobbiamo farlo noi. Dobbiamo trovare le parole.
IL COMMENTO
Da quando ho letto questo libro – data di chiusura: giovedì scorso, più o meno – ho trovato informazioni di almeno tre femminicidi sul sito di Repubblica.it.
Uno appare ancora contestato – si tratta forse di un caso di omicidio plurimo, ci sono dei dubbi, si indaga; per gli altri invece dubbi non ce ne sono. Si è parlato inoltre della task force contro il femminicidio - con tutti i dubbi che nutro nei confronti dell’uso italiano dell’urgenza, soprattutto quando una situazione urgente lo è davvero: ricordate i crolli di Pompei? – e l’uso della parola stessa pare aver fatto un balzo in avanti, finalmente anche a livello di discussione parlamentare.
Pare un caso, questa frequenza di delitti improvvisa, una di quelle sfortunate coincidenze; o, semplicemente, si attesta come il terribile ritmo di circa cento donne uccise all’anno configurabile in quello che un tempo veniva indicato come delitto passionale prosegua imperterrito.
Né si è fermata la cultura del delitto passionale – che, cioè, concede all’uomo le attenuanti generiche di un momentaneo offuscamento, di una debolezza dovuta alla passione e spesso aggravata da comportamenti della vittima. Una sorta di tremblement delle condizioni del dottor Jekyll, sano di mente e gentile vicino di casa, trasformatosi Mister Hyde e pronto a atti di lesionismo – talvolta accompagnati da autolesionismo – in nome dell’amore. Quasi come se ciò che a suo tempo denunciava Demetrio Paolin in Una tragedia negata, ossia il dissolvimento della vittima nei fatti di sangue degli anni ’70, si ripetesse oggi nei confronti delle donne. Non esiste la vittima, o la vittima non è innocente: questo non solo legittima in automatico il ruolo del carnefice, ma gli dà visibilità, spazio, giustificazione. Soprattutto giustificazione.
Sta in questo, in particolare, il merito del libro. Non tanto la denuncia – perché, permettete, additare un problema, in un’epoca in cui il Re non solo è nudo a tutti ma anche prono, è cosa relativamente facile. Il merito sta invece nel riconfigurare, nel problematizzare ulteriormente allo scopo di risolvere il nodo gordiano della faccenda – eventualmente con un colpo di spada.
E per problematizzare un problema, niente da fare, bisogna scinderlo nelle sue componenti; distinguerne le parti, vedere dove chi il problema ha interesse a mantenerlo – o non ne capisce la portata – si può attaccare.
Lipperini e Murgia, con l’ausilio di Aikpitanyi – nota da tempo a chi si cura della nuova tratta e dei fenomeni di sfruttamento della prostituzione, in particolare con Le ragazze di Benin city -, si occupano di ridare senso alle parole corrette, in modo che la confusione linguistica non scivoli nella mancata comprensione del fenomeno. I sei punti da esse toccati, racchiusi in altrettanti capitoli, parlano quindi dei luoghi comuni che non portano che a nuovi problemi, nuovo dolore.
1. “È stato un delitto passionale”,
2. “L’omicidio non ha sesso”,
3. “L’uomo è cacciatore”,
4. “Eros e Thanatos”,
5. “Parlare di femminicidio istiga alla guerra”,
6. “Il femminicidio non esiste”.
Sei conflitti di senso volti a marginalizzare il problema (2), a racchiuderlo nel normale rapporto tra sessi di cui si fa una conseguenza estrema ma attendibile (1 e 3), a ricollocarlo culturalmente (4), a minimizzarlo o annullarlo (6) o, addirittura, a colpevolizzarne l’individuazione (5). Come chi criticava Alberto Sordi – e Stendhal prima di lui – indicandoli come portatori di un’immagine decadente della società, quando entrambi con le loro opere si facevano in realtà specchio di un problema e non sua generazione.
Il punto che ci è sembrato più centrato ricade proprio nel cercare l’attenzione al problema focalizzandosi sulle parole. Parlare di “amore di uomini malati o malattia di uomini innamorati” (pag. 4), infatti, ingenera un cortocircuito pazzesco che in qualche modo incita al delitto, o ne crea la possibilità. E si tratta di questo: se lui l’ha uccisa perché l’amava, allora io sono legittimato a pensare che una delle conseguenze possibili del mio amore possa essere la morte. Ovvero: che l’amore si estrinseca in un possesso – a partire dalla semplice frase Tu sei mia -, e questo possesso si risolve – come nel possesso di cose frutto della deriva attuale del sistema capitalistico – anche nella possibilità di sfruttarle, disfarsene, duplicarle.
A scapito della parte debole, parte che ha tutto il diritto, oggi, di lamentare una condizione che non accetta più.
© Ivano Porpora
Loredana Lipperini e Michela Murgia, “L’ho uccisa perché l’amavo. Falso!”, Laterza ed., € 9.00.
Questo articolo è apparso precedentemente sul blog Lipperatura, di Loredana Lipperini – che ringrazio.
A Viadana (MN), in una delle direttrici che conducono fuori dal paese – precisamente nel tratto che porta in direzione di Cicognara -, il viaggiatore che qualche mese fa avesse costeggiato la statale 358, buttando lo sguardo sui frutteti di costa, si sarebbe trovato di fronte a questo cartello.

Lo slogan, in alto, dice “L’ho pagato… io”. Con nome delle vincitrici del concorso, consistente in un ritocco estetico pagato dall’azienda in cambio dell’invio, credo, di prove d’acquisto dei suoi prodotti.
Ma questo, del cartello intero, è – e non vuole essere una battuta – il lato B.
Per chi fosse arrivato nell’altro senso, il cartello sarebbe apparso in questo modo:

Qui non si vince un sedere ma un seno.
Ora, lo diciamo subito, quel cartello non c’è più. Non che la popolazione abbia protestato, o che la giunta abbia levato la sua indignazione. Non c’è più perché l’azienda lo ha ritenuto datato e ha pensato di sostituirlo con questa immagine, presente sul sito e ora sullo stesso cartellone:

Questa suddivisione del corpo – in una terra che il maiale lo alleva, lo lavora e lo stagiona, come ricordato nel cartello di benvenuto presente giusto qualche decina di metri prima – ricorda la ripartizione delle carni suine. Per gli appassionati di Lupo Alberto dotati di buona memoria, potrebbe rimandare alla striscia in cui Alcide dava dello spiritoso a un tatuatore che gli aveva ricoperto il corpo degli stessi tratteggi – evidentemente poco incoraggianti per chi sia sensibile all’argomento, essendo come Alcide maiale per natura.
È un corpo ghigliottinato, questo, privo degli organi di senso, privo di mani – la mano che regge la bretella del reggipetto è essenziale alla posa, l’altra inutile e fuori campo – e privo di piedi. È un corpo che non può percepire né muoversi, sudato come invito e non per fatica, nato per esser fatto e non per fare.
La mia non vuole però essere una digressione sul corpo femminile, quanto sullo sguardo degli uomini. Sullo sguardo mio, lo sguardo di una persona dispersa che chiede un aiuto su una riflessione che lo vede in stallo. Lo dico perché più volte, negli ultimi anni, a fronte del lavoro di riflessione sulle donne portato avanti per esempio da Lorella Zanardo, Michela Marzano, dal collettivo di Se non ora quando e da Loredana Lipperini che mi ospita, mi sono trovato in una posizione faticosa da sostenere: quella di essere nel contempo accusatore e accusato, vittima e reo di una pornografizzazione della cultura che necessitava di me e del mio sguardo come tramite per la sua perpetuazione.
Se da una parte celebravo ammirato il lavoro di Mannelli, che nelle sue illustrazioni depornografizza lo sguardo, restituendo dignità e materia a corpi sfatti, disgraziati, sguardi in tralice, pance rigonfie, peni rilassati, come potevo dall’altra parte godere di visioni che al corpo di donna davano invece un’impronta puramente utilitaristica? Come potevo, intendo, esser caduto nel gioco senza vincitori e solo vinti che depotenziando la femminilità depotenzia la mia virilità, sottrae il fascino individuale inserendo al suo posto una serie di stereotipi e dogmi collettivi?
Questo, devo dire, mi ha disorientato e ancora lo fa. Disorienta me e la mia sessualità, la mia capacità peculiare di discernere anche a livello di gusto mio personale una persona che mi piaccia da un corpo che mi viene fatto piacere.
Il corpo della modella è separato in tranci, in blocchi che – come nel tavolo di MasterChef, ricordate? – hanno un loro valore intrinseco, differente da quello degli altri. Un pezzo è buono, un pezzo lo è meno, un pezzo può esser burroso e un altro deve esser sodo, su uno – l’addome – ci sono poche trattative tra cliente e macellaio e poche differenze sostanziali tra i gusti dei clienti e su un altro – il seno – c’è chi invece lo preferisce alto e chi basso, chi tonico e chi più rilassato, chi da coppa di champagne e chi da boccale di birreria.
Il mio imbarazzo sta nel non potermi sancire come vittima finale, eppure nel vedermi come parte in causa, parte violata nella mia ingenuità, mi vien da dire nella mia integrità. Nell’integrità del mio sguardo: nel percepire come il mio sguardo sia diventato a sua volta, e suo malgrado, uno sguardo dissezionato e dissezionante, ferinamente attento a coscia e sottocoscia; uno sguardo che a furia di Drive In e veline, ma anche di prodi cowboy e belle locandiere che spazzano liete a terra mentre lui parte suonando la sua armonica, e di Iglesias che canta “Se un uomo tradisce vale solo a metà”, si è andato paradossalmente sgrezzando e consumando, riducendo nella sua capacità di cogliere una visione sintetica e insieme trascendente di chi aveva di fronte.
Questo è stato uno dei motivi per cui l’anno scorso sono sceso per strada sia in occasione della marcia organizzata da Se non ora quando sia, poco tempo dopo, in occasione del Gay Pride nazionale: sono sceso per protestarmi parte lesa, arruolato senza firma, vestito di una divisa senza colore che mi ha corrotto senza che ci fosse un materiale passaggio di soldi. Gay e donne subiscono questo continuo assalto, mascherato da credo d’altra natura, perché intaccano – nella loro richiesta di parità – il privilegio del John Wayne di turno. Che andandosene al tramonto e sollevando un filo di polvere annulla ogni problematizzazione dei ruoli.
E ancora. L’oppressione nei confronti di una parte della società o di un solo suo rappresentante, che parliamo di donne, omosessuali, bambini, stranieri, carcerati, poveri, di persone di altro credo religioso, di Federico Aldrovandi o di Stefano Cucchi, è un’angheria nei confronti di tutta la società – e credo fermamente che qui, ora, chi non si protesti parte lesa fattivamente diventi parte ledente, controfirmatario di un contratto univoco.
Resta che la divisione, la frammentazione, la caleidoscopizzazione dello sguardo lo hanno volontariamente – e questo sì che è stato un gesto politico – reso più settoriale e fragile: a Viadana, in merito a quel cartellone, non si è espressa mai nessuna giunta, nessuna parte politica, nessun privato. Nemmeno io, prima d’ora, ho mai levato in maniera convincente la voce. Solo l’azienda, ogni tanto, lo sfoglia, pagina dopo pagina, concorso dopo concorso.
© Ivano Porpora
PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
Luisa Alunni è una donna giovane e bella, figlia del suo tempo e che del suo tempo vive tutte le contraddizioni. Vorrebbe l’amore ma non rinunciare alla carriera. Vorrebbe un incarico professionale di prestigio all’interno del suo partito – Sinistra Unita – ma non pagare il prezzo del cinismo e dell’opportunismo che vede intorno a sé. Fra contraddizioni e speranze, illusioni e disillusioni, incontra sul suo cammino personaggi a cui crede e di cui al tempo stesso diffida. Il segretario del suo partito, Eugenio Rispoli, uomo arrivista e spregiudicato; Lorenzo Pippoli, suo corteggiatore, ma anche concorrente e raccomandato di ferro; Alfonso Corradi, grande vecchio della politica italiana, di cui è pericoloso fidarsi del tutto, ma può essere un prezioso alleato; Marco, l’amico di sempre. E infine Giovanni, giornalista di successo, ambizioso e sensibile al fascino femminile, per il quale prova immediatamente sentimenti contrastanti…
Sullo sfondo dell’intrigo di passioni inconfessabili, dell’intreccio con poteri forti e con il mondo dell’informazione che manovra e si fa manovrare dai partiti, Luisa si muove in un gioco più grande di lei. Vincere significa migliorare la politica, liberarla da giochi di potere al limite del lecito. E trovare il proprio posto nel mondo. Quando il segretario Rispoli le propone di fare la portavoce crede sia finalmente arrivato il suo momento. Ma non sa quanti tramano contro di lei.
IL COMMENTO
Un aneddoto economico – che ricordo solo a grandi linee – dice che un giorno, in un’aula universitaria, un professore stava illustrando le leggi del mercato.
Domanda, offerta, punto di bilancio, incontro di domanda e offerta.
A un tratto uno studente alzò la mano e, fra l’ilarità generale, chiese: “Scusi. E la gente, dov’è?”.
Pareva che, nell’insieme delle mille leggi dell’economia, delle formule, tra Keynes e Pareto, si fosse dissolto chi era in fin dei conti l’unico interlocutore: chi opera sul mercato. Il pubblico. La gente.
Leggendo Il coyote liberò le stelle, romanzo di Daniela Brancati apparso per i tipi di Laurana, ho avuto questa strana sensazione: che dei due piani che il romanzo tocca (quello politico da una parte, quello personale della protagonista Laura dall’altra) il primo, di certo il più interessante – quantomeno per un tentativo di capire l’adesso -, dissolvesse un’idea di politica facendo sparire, di fatto, la gente.
Come se la gente non esistesse più, fatta eccezione per gli ultimi – che gente, di fatto, non sono, appartenendo a una categoria individuabile e non indistinta.
E verrebbe da chiamarlo instant book se di instant book si trattasse, se fosse uscito qualche giorno dopo quello che di fatto si può chiamare il dissolvimento del PD – dell’idea di PD: chiamatela come volete – in seguito all’elezione del Presidente della Repubblica e, in particolare, all’episodio dei 101 franchi tiratori.
101 franchi tiratori: come le 101 storie zen, con la differenza che dove quelle decostruivano un’idea di pensiero questi hanno decostruito un partito, un’idea di centrosinistra, forse (forse) un’idea di Italia sfociata poi in questa sorta di große Koalition.
Verrebbe da chiamarlo instant book: e invece lo dobbiamo identificare come libro attuale. Come libro che spiega, attraverso allusioni nemmeno tanto velate (il partito Sinistra Unita, referente di centrosinistra figlio di un partito storico, non è difficile da ricollocare nella realtà; né ai suoi dirigenti fittizi è difficile dare un volto storico), dove siamo e dove stiamo andando.
Il primo protagonista del romanzo è forse proprio lui, il Partito: essere dotato di ossa e muscoli, cartilagini e pelle che poi, come nelle macchine anatomiche di Giuseppe Salerno, viene spogliato di ciò che era funzionale e diventa bloccato in un’immagine grottesca di se stesso, non-facente-funzione, a tratti incomprensibile nel suo disegno politico, a tratti populista, a tratti così grondante di spinte opposte che la traiettoria che ne esce è sghemba, come di carrozzone. Come di carrozzone che perde i pezzi, viene da dire, se la citazione non fosse stata all’epoca eterodiretta.
Dietro i ritratti delle persone che dirigenti sono (Corradi, Rispoli) o a dirigenti si atteggiano (il sindaco di Prato Pieri, la zarina moglie di Rispoli) o che dirigenti vogliono diventare (Lorenzo il verme, Lotti), e dietro ai ritratti delle categorie descritte – giornalisti e politici, in particolare – Brancati, tramite un paio di espedienti interessanti per la comprensione del testo e per il suo scorrimento – le citazioni legate alla figura del coyote, che si rastremano poi attorno a Il coyote di Dalla, e la presentazione degli attori in scena tipica dei testi teatrali: come se fossimo in teatro, come fosse una macchina scenica - attua una sorta di ridefinizione delle funzioni che scompagina tutto e di fronte alla quale ci sentiamo smarriti. I dirigenti che vogliono il bene del Paese e che agiscono come coyote per riuscirci, i dirigenti che lavorano esclusivamente per se stessi e per una sete di potere che in parte si attua (favori sessuali, possibilità laddove altri possibilità non hanno) e in parte si sublima nell’essere semplicemente sé, portatori di potere, e agiscono come coyote per riuscirci; coloro che a dirigenti si atteggiano e che per arrivare alla detenzione del potere agiscono come coyote sfidando l’esemplare Alfa. Gli attori del libro sono tutti coyote, per un motivo o per l’altro, e questa trasformazione, questa sorta di licantropia, che sia votata al Bene o al Male porta comunque a dissolvere l’utente finale: la gente.
Anche le categorie, come anticipato sopra, è come se subissero un cambio di binario in corsa. Vediamo giornalisti che si atteggiano a politici e politici che devono usare il giornalismo, o farsene usare, o usare le doti della comunicazione per estrinsecare il proprio status. Vediamo i cani da guardia della democrazia trasformarsi in cani da riporto, cani da passeggio; l’utilità che ne traggono è il biscottino che viene poi servito ancora con la moneta di scambio di questo mondo, il Potere.
E Luisa? Luisa deve scegliere, nel finale convulso del romanzo, da che parte stare. Deve capire addirittura se, come nella famosa citazione di Laborit, l’unica via è la fuga. Non a caso vive proprio nel punto di interscambio tra comunicazione e politica, nell’esser candidata portavoce del partito e quindi vivere il dramma dell’ascesa al ruolo, la tensione tra le due categorie che proprio su quel ruolo si incontrano, il dramma dell’essere punto di incontro tra una politica portatrice sana di valori e una politica che al ruolo del mentore ha sostituito quello del fruitore-aguzzino; il dramma di essere donna carina, e quindi di avere in mano un ulteriore carta da giocare – il sesso – che però non è disposta a mettere in gioco.
Il libro vale l’acquisto? Credo che la narrativa valga a capire il reale a volte più della saggistica. E tra questo romanzo e Indignatevi di Hessel, per quanto quest’ultimo sia interessante, preferisco il primo: preferisco sentire sulle mie labbra il sapore acre di un valore che si distrugge piuttosto che l’indicazione altrui di una strada non necessariamente mia.
© Ivano Porpora
PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
Vittoria decide di volare in Giappone per amore di Lorenzo, che lavora là. All’ultimo però lui le fa sapere che deve andarsene e non può aspettarla, ma insiste perché lei parta lo stesso e vada a stare nel suo appartamento. Lei cede, e si trova catapultata in un Paese inatteso, dove c’è chi “sparisce” grazie ad apposite agenzie, chi si isola senza uscire più, chi smette di mangiare per paura delle radiazioni. E quando alla fine metterà piede a casa di Lorenzo scoprirà qualcosa che avrebbe preferito ignorare. Storie intrecciate in un romanzo sulla distanza come difficoltà nelle relazioni, rifiuto del proprio corpo, amore come salvezza non sempre possibile.
IL COMMENTO
Mi risulta molto difficile parlare, stamattina, di questo romanzo.
Intanto perché le sue dimensioni – 106 pagine, più o meno – e la sua struttura lo fanno assomigliare ad altro (un pamphlet? una guida?).
E poi perché questo (romanzo? pamphlet? guida?) è riuscito in un colpo solo a chiarirmi le idee su tanti altri romanzi letti in questo periodo. Provo a convertire in forma ordinata questi pensieri; vediamo che ne esce.
Intanto, partiamo dalla fine – che per chi voglia dare una forma ordinata ai propri pensieri è l’ideale. Il romanzo di Francesca Scotti è molto bello. Inaspettatamente bello, devo dire; perché su quella distanza ci si misura con una dote che non è da tutti, che è quella del coraggio. Scrivere una narrazione di 106 pagine richiede il coraggio del sapere che si corre il rischio di lasciare un non-detto troppo largo; e questo non-detto rischia di essere più importante del detto, di soffocarlo o respingerlo.
Qui invece il non-detto esiste ed è importante ma, come in una casa giapponese o come – mi dicono – in un film di Ozu, si fa di respiro e non di parola, di vuoto e non di pieno negato.
Vittoria, lo leggete sopra, vola in Giappone per amore di Lorenzo e resta là. Come in (mi viene in mente) Ragazzi di vita, le persone che incontra (fatta eccezione per Setsuko e Miki) vanno e non vengono più, esattamente come nella vita reale: restano confinate in un solo capitolo non perché questo lo detti lo stile della scrittrice quanto perché, letteralmente, sono persone di vita che vanno e non vengono. Yuya troppo terrorizzato dall’esplosione del reattore di Fukushima per poter mangiare senza temere di contaminarsi, le ragazze che offrono a Vittoria da bere purché doni loro uno scorcio d’occidentalità – quando forse è lei stessa, a cercare questo scorcio, in un altrove -; l’uomo con la valigia carta da zucchero; la signora delle piante; perfino l’uomo con la cicatrice sul labbro, che di tutti i personaggi è il più vero. Tutti, tutti con Lorenzo, sono personaggi che vanno e non vengono, personaggi che ‘evaporano’. (Gli evaporati, si spiega, sono le persone che per diversi motivi cambiano vita, talvolta affidandosi ad agenzie, abbandonando dal giorno alla notte lavoro, città, amici e famiglia e ricostruendosi un’esistenza altrove all’insaputa di tutti). E lì sta il nodo centrale primo del romanzo: l’evaporazione delle persone, l’esserci e un attimo dopo non esserci più. I passaggi temporali non avvengono con continuità ma per salti, da un periodo all’altro, da una festa all’altra, da un capitolo all’altro, e che i personaggi si perdano quasi non si vede – ma no, non ci sono più. Quasi come se ogni capitolo non fosse una cesura in senso letterario ma una scena in senso teatrale o cinematografico: là dove si rompe l’unità di personaggi, tempo e azione, là si apre un nuovo capitolo. E ancora: là dove s’apre un nuovo capitolo scopri che il travaso tra vecchio e nuovo avviene come in una narrazione fumettistica, dove lo spazio bianco tra una vignetta e l’altra, tra un capitolo e l’altro, indicano dove è successo qualcosa e ci chiedono in via intrinseca di connettere logicamente un pezzo all’altro.
Quindi Francesca Scotti rompe il caleidoscopio e prende i cocci colorati, li assembla in forme dettate stavolta non dalla casualità in un universo sempre chiuso ma dalla causalità di un universo aperto – un universo in cui non sono tutti estranei perché lì, in Giappone, lo Stranger in a Foreign Land sei tu.
Il secondo punto che occorre attorno al primo riguarda la geografia – ed è qui che il (romanzo? pamphlet? guida?) mi ha aiutato a capire l’altrove. Mi pare che l’uso che si fa in questo momento storico nella narrativa italiana delle connotazioni geografiche, e qui viene ribadito tramite – tra le altre cose – un richiamo alla verticalità giapponese (non ricordo dove, ma si accenna al fatto che in Giappone devi abituarti a levare gli occhi, per vedere al secondo, terzo, quarto e quinto piano negozi di parrucchieri, bar, ristoranti che di solito noi troviamo solo a terra), toglie al luogo il significato di ambientazione di una storia e gli restituisce il senso di ambiente. Di scenario indipendente dal personaggio e dalla storia, e che proprio tramite questa indipendenza si fa personaggio a sua volta della storia, incarnato nella storia.
Il ricercare delirante della protagonista di L’impero familiare delle tenebre future di Andrea Gentile si svolgeva in un luogo e aveva senso in quel luogo perché quel luogo, quel passaggio, si ferinizzava e diventava animale interagente; le lettere della protagonista de Il mio regalo sei tu di Sarah Spinazzola al padre ritrovato, più che comunicargli emozioni o informazioni, gli conferivano indicazioni geografiche sul come raggiungere il suo mondo. Come a dire: sono difficile da trovare ma sono qui, resto qui.
E con questi tanti altri – tra cui il mio, di cui preferisco non parlare qui ma in cui la proiezione geografica di un pensiero avviene, sì, ma avviene anche (forse a conseguenza di questo) uno scollamento e uno scrollamento della geografia dalla persona.
E con questi altri romanzi degli ultimi anni mi pare stacchino l’ambiente dall’ambientazione, in un tentativo di dare un senso nuovo al Qui e ora. Come a dire “Io dove sono, qui e ora? Qual è l’ambiente che mi connota, qui e ora? È questo il mio ambiente, qui e ora?”. E forse: “Io sono qui. Tu dove sei?”, in un Tu che è conseguenza diretta dell’Io, del Qui, e del presente dell’esserci, ora.
Vittoria se lo chiede di continuo, nel suo oscillare tra Kyoto e altri luoghi, quale sia il suo Qui e ora. Che è il dilemma dell’evaporato: questo Qui mi dà senso, ora?
Forse è il dilemma, centrato, di oggi. Questo Qui mi dà senso, ora?
Se la risposta è sì, Restare. Se la risposta è no, Evaporare. Che sia sotto un treno, o trovando un impiego nei fumi d’una stazione termale.
La canzone, non chiedetemi perché, è Nobody knows you when you’re down and out nella versione di Bessie Smith. Il vino, quel Recioto 2003 senza etichetta che ho bevuto ieri sera. Annata calda, il 2003.
Francesca Scotti, L’origine della distanza. 2013, Terre di Mezzo ed., € 12,00.
© Ivano Porpora
PRESENTAZIONE DELL’EDITORE
In un centrosud fantasmagorico e in un presente dilatato, mentre l’anziano Papa R sta morendo in diretta su tutti gli schermi della nazione, una ragazza è preda della narrazione di un calvario psichico, fatto a sbalzi come la geografia immaginifica che si trova ad attraversare. Dalle case di un’anonima quanto sapienziale frazione, Masserie di Cristo, la protagonista trascina un titanico racconto alla ricerca di un corpo scomparso – quello della madre, recatasi all’ospedale dove è infermiera e sicuramente uccisa, già uccisa, nella certezza psicotica della testimone che tutto narra. Errabonda, disperata e veggente, tra incontri mitologici ed esperienze apocalittiche, questa ragazza in preda a un disturbo ossessivo compulsivo attraversa rade, campi calvi, dirupi, balze, torrenti, si inerpica su chine pericolose, penetra clandestina in antri magici arredati misteriosamente, mentre in video il morente Vicario continua a sopravvivere, ipnotizzando il suo popolo con il semplice ritmo del suo cuore indebolito e sciamanico.
IL COMMENTO
È un romanzo che mi ha causato diverse difficoltà, questo di Andrea Gentile. Difficoltà di carattere soprattutto emotivo, che mi hanno costretto ad abbandonare il libro e poi riprenderlo, in un tira e molla durato mesi, per accedere a un qualcosa che allora non potevo reggere e che ora, io riemerso, forse sì.
Ed è un gran bel libro, difficile da catalogare nella categoria del romanzo per la materia scottante di cui è fatto, eppure libro che romanzo è; e difficile da inserire nella narrativa, pur avendo una sua narrazione, sotto, che spinge. Difficile, difficilissimo da inserire nella letteratura di tematica attuale; eppure più che mai odierno, benché il titolo e a tratti le pagine insistano a dire che no, forse parliamo del domani, o forse no, in realtà dello ieri. Ma è con Gentile che parlai, un anno fa ormai, di letteratura necessaria - nella espressione latina Necesse est, ma consiglio questa lettura per capire la gravità di questa necessità; e questa, ecco, si presenta come necessaria, vien da dire impellente.
Si rende conto probabilmente l’autore stesso della difficoltà di dare aria a una narrazione che pure ha essenzialmente un solo protagonista - una lei senza nome -, tanti animali – la pecora Okapia di una leggenda che si rivela, il cane morente, il cavallo, perfino le statue d’un museo all’aperto che si ferinizzano; perfino il pastore Pellicone, tutto animale e per niente uomo -, diversi refrain, diverse musiche; e, sullo sfondo, due assenze che si fanno materia inerte sulle spalle del lettore e della protagonista, una madre – forse – morente e un Papa R che morente sicuramente lo è, superIo andati a male che attirano sulla loro assenza in fieri la ricerca boccheggiante della protagonista.
Sono animali forse anche gli scenari, una monolitica Masseria di Cristo, frazioncina di uno sputo di case in provincia di Isernia, e San Pietro Avellana, della quale la prima è frazione; animali perché osservatori inosservati, dotati di vita propria, mormoranti, respiranti di un respiro sfibrato che ripercorre l’intero libro e che a tratti sputa sangue.
Ecco: forse è un romanzo di viaggio, questo, e mi restituisce, questa definizione, la sensibile certezza di quanto sia falso il dire comune che “un autore, quando non ha più nulla da dire, viaggia”. Qui un autore che ha da dire traccia un viaggio; lo traccia col dito, lungo erte e scorticandosi, sbucciandosi, perché nel dolore rinasce il dire “Io sono” che è più che mai attuale. In un’epoca drasticamente disinfettata io mi copro di germi; in un’epoca anestetizzata soffro, dunque sono.
La materia, lo dicevo, è difficile da trattare, motivo per cui Gentile deve uscire allo scoperto e trattarla senza guanti, con strumenti che le sono opportuni. Sfida quindi le regole tipografiche, cercando nuove font e nuove dimensioni per significare là dove vuol significare; cercando e creando uno scritto che screzia le regole grammaticali e sintattiche e frammentando la frase fino a comporre elementi di una sola parola, un solo segno, addirittura un solo respiro; capitoli d’una frase.
Viene voglia, nel leggere questo romanzo agile nelle dimensioni (165 pagg.) ma denso, a tratti rimbombante come di eco d’una frase che non si è colta, di dotarlo a nostra volta di una extratestualità – come a colmare le lacune lasciate da Gentile di messaggi che solo il nostro leggere può imporre.
Ecco i miei. Il disco con cui l’ho ascoltato, dopo tanto cercare (e mi ero quasi deciso sulla canzone Blue skies nell’interpretazione di Susie Arioli) è James Blake dell’artista omonimo, specificamente in Lindisfarne II; il vino, invece, l’ho visto subito come un IGT Aglianico Beneventano “Nigrum” del podere Veneri Vecchio.
La descrizione dice “Colore rosso rubino vivido con sentori di sottobosco, frutta matura e di spezie, al gusto è caldo e pieno con tannini vigorosi e gentili”. Secondo me ci sta.
© Ivano Porpora
Il racconto è un genere letterario a parte. Non ha nulla a che vedere col romanzo, a mio parere, e sostenere che un racconto è – in fin dei conti – un romanzo corto sarebbe un po’ come sostenere, riprendendo una vecchia metafora di Eco, che la lucertola è un piccolo alligatore.
La metafora non funziona, forse. I racconti sono piccoli alligatori – ecco, questo potrebbe essere il titolo perfetto per questo articolo. Sono piccoli alligatori, e benché accostarsi a loro per abituarsi alla scrittura sia un esercizio che in molti, incluso lo scrivente, hanno compiuto, resta che bisogna a un certo punto prender coscienza che sono di un genere letterario differente.
Sono un amante dei racconti da tempo immemore. Il mio primo amore è stato “Navi in bottiglia” di Gabriele Romagnoli, nel 1993, in un librino (mi pare) Mondadori che avrò regalato una decina di volte; poi i racconti tutti di Giulio Mozzi, sui quali un giorno dovrò scrivere qualcosa, perché se Giulio non fosse per me la persona che è, sarebbe per me lo scrittore che è; poi i racconti che andavo a cercare quando la mia soglia d’attenzione, e forse anche il mio masochismo intrinseco, mi chiedevano qualcosa di forte e breve – e Storie di ordinaria follia, per me, fu così forte e breve che per un po’ di tempo inibì il mio scrivere anziché sollecitarlo.
Nel tempo vennero Cattedrale di Carver, monumento alla scrittura – in particolare nel pezzo omonimo; la raccolta Americana a cura, se ricordo bene, di Pavese; i racconti di Playboy racchiusi nel volumone Playboy Stories (in particolare Il secondo assalto alla panetteria di un allora per me sconosciuto Haruki Murakami, nonché i pezzi di Irwin Shaw e Charles Beaumont); Un giorno ideale per i pescibanana nei nove racconti di Salinger (e cito solo questo perché mi è stato di formazione alla scrittura della follia); tutto Roald Dahl; Il carteggio Gossage-Vardebedian di Woody Allen; i racconti di La legge del bar di Guccini, e quelli di Bar sport di Benni; le prime opere di Guido Conti (in particolare Il coccodrillo sull’altare); e, più di recente, diversi lavori di Aimee Bender, Shalom Auslander, nonché il notevole primo racconto di Pugni di Pietro Grossi.
Questo lungo prologo per dire che i racconti di Nathan Englander, racchiusi in “Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank”, celebrano il rituale del racconto nel suo senso più pieno – ossia, non nell’essere (come viene chiamata in lingua inglese) una short story, quanto nel suo farsi squarcio letterario.
Squarcio su che? Forse non esattamente squarcio su chi siamo, quanto su che cosa siamo disposti ad ammettere di noi stessi. E il fatto trascurabile che parli di cultura ebraica è, appunto, un fatto trascurabile da una parte e dall’altra invece ancora una volta prova lampante del fatto che di quella cultura non siamo cugini ma figli legittimi.
Chiedersi, come fanno i protagonisti del primo racconto, se il fumo sia kosher e, contemporaneamente, su chi ci ospiterebbe nel caso ci dovessimo nascondere come successe ad Anne Frank non è un mero esercizio di conoscenza e discussione della Torah da una parte e un dialogo sul genere umano dall’altra ma si rifà a problemi e contraddizioni intrinseci a ogni cultura. Proviamo a pensare alla telefonata che Razieh, la badante iraniana di “Una separazione” di Asgar Farhadi (forse il miglior film del 2011) fa a una qualche commissione religiosa per sapere se cambiare un anziano che si è bagnato sia peccato o meno. Non è un problema religioso: è un dramma umano, quello in cui due credenze contrapposte – spesso a livello di dovere e piacere, come nel caso dei coniugi di Englander, o di dovere e dovere, come nel caso della badante – si vengono a scontrare.
E su Anne Frank, recentemente parlavamo tra amici del fatto che il suo caso fosse molto simile a quello di Eluana Englaro – ed era un dialogo che partiva dalle comuni letture di Auslander, Roth e Englander -: entrambe più comode morte che vive.
La scrittura di Englander è incredibilmente matura, come se avesse subìto un ciclo di formazione permanente che le avesse fatto attraversare tutte le scritture precesse, come se fosse risorta e poi morta e poi nata; i percorsi che fa non sono solo percorsi culturali ma percorsi esistenziali, dove alla cura dell’aneddoto si sostituisce la tempesta dell’essere sociale. Anche perché, perdonatemelo, che l’uomo sia un animale sociale è ancora tutto da dimostrare.
Tra tutti, il racconto che più mi ha colpito è “Frutta gratis per giovani vedove“. Credo che sia perché mi ha risvegliato antiche memorie letterarie (partendo da un raccontino in 101 storie zen che si chiamava “Ah sì?” e che potete ritrovare qui, e passando da altro che ancora non riesco bene a calibrare); credo che sia perché il tema della doppia morale, o della relatività della morale, è un tema che mi affascina molto perché si inserisce in un ganglio di convinzioni, credenze, anche superstizioni che spesso non vogliamo affrontare a viso aperto perché ci ritroveremmo soli di fronte allo specchio, come l’io narrante de La notte di Wiesel, a guardare noi stessi e vedere un altro che non vorremmo.
Al libro su Goodreads ho dato cinque stelle. Le ribadisco appieno qui.
© Ivano Porpora
Link Einaudi
Link IBS
Link Bookrepublic
Qual è il senso di una formazione? Come si compie un’eredità?
Oltre che attraverso un cammino lineare maestro-allievo, in un periodo in cui i maestri mancano e forse anche gli allievi latitano, la trasmissione del sapere si propone per osmosi, attraverso un filtro derivato dall’esperienza. Ancora una volta, la cultura produce cultura, in cumuli e nicchie visibili solo a chi (scientemente, vista la drammatica situazione a ogni livello della cultura italiana) se ne espone; là dove esiste un modo originale di proporla, la cultura, un modo che procede mediando la scintilla creativa e lo studio, ecco che i percorsi personali subiscono una flessione, una modificazione del loro andare, a volte anche – semplicemente – un benefico e forse salvifico rallentamento.
Raffaello Baldini, poeta di Santarcangelo di Romagna, nel testo affidato appena prima di morire a Ivano Marescotti – e che questi ha consegnato a sua volta a Valerio Binasco, eccellente attore e regista, perché gli facesse da direzione: perché quel testo, come solo un regista capace può fare, lo annusasse e l’ascoltasse e gli desse l’aria che chiedeva – riesce a disvelare una leggerezza del pieno che commuove al riso e al dolore. Non al pianto, perché il pianto in sé è già sfogo, momento in cui la frattura si rivela, momento in cui dal momento della nascita riusciamo a dare al dolore o all’esigenza un fondo corporeo, un climax; ma il dolore invece riverbera e non muore, si fa universale, si fa tormento di un errante che non ha che la propria lampada – la lampada di un dolore mostrato, non nascosto, usato quasi come unica via di salvezza – per cercare suoi simili e in essi cercarsi.
Il protagonista de La fondazione, personaggio senza nome, riempie i suoi vuoti tramite accumuli. Accumuli continui, non in scena ma visibili, accumuli che addirittura lo spingono sulla parte destra del divano – come si vede nella foto – quasi a dire che lui stesso, compresso tra quel vuoto, viene spinto e messo da parte: e gli va pure bene. Accumuli di parole, parole di un romagnolo sporco e febbrile nell’interpretazione potente, estremamente angolosa e respirante nel contempo di Ivano Marescotti, che a tratti ci ricorda un clown insieme bianco e Toni, moralizzatore e sporcaccione, allampanato e metodico nella sua volontà di non buttare mai, buttar niente, anzi: creare una fondazione del suo inutile. Accumuli di roba, mai così distante dalla roba di Mazzarò: là dove Mazzarò rispondeva alla povertà con l’accumulo, qui il nostro Senza Nome crea la sua povertà accumulando cose che non sono più, non verranno fatte più, elenca spagnolette, tappi di bottiglia, scatoline, fiaschi di vino, cumuli che non sono in scena eppure ci sono, sono lì – come a dire: io li vedo, io. Non li vedete voi i vostri, di cumuli?
La leggerezza di Baldini nell’interpretazione agra e delicata di Marescotti insiste nel ridere, su questa disposofobia, e stridere sul nulla. Gli applausi a scena aperta a metà spettacolo – cosa che non vedevo dai tempi del teatro popolare, e che qui ci stanno perché la Fondazione lo è, teatro popolare, ma in un modo intimamente sui generis - costringono Marescotti a tirare il fiato, guardarsi intorno spaurito, come se ci fossero mosche o parole a ronzargli intorno, e poi passare dal comico al tragico in un nulla. Come accade a noi, in fondo: quante risate dopo un funerale, e quanto dolore dopo una notte d’amore, quanta paura nel sonno con l’amata? In scena la morte diventa così un motivo per lamentarsi di un costo accessorio; le necessità di disvelare ai nostri occhi la roba motivi per camminarvi in mezzo, schivarla, scavalcarla, quasi dare un senso scenico a quel vuoto su cui quella stessa roba s’installa; la mancanza della moglie, dei figli che saranno pronti a sbarazzarsi di un pieno creando così un cratere, diventano invece il momento in cui il protagonista, letteralmente, tira i remi in barca (questo il suo alzare i piedi sul divano per allontanarsi dal mare magnum della roba) e, a modo suo, muore.
Ditelo, dopo uno spettacolo così, che la roba non ha vita. Ditelo ancora. Questa si chiama educazione, fine educazione in dialetto romagnolo.
La Fondazione
di Raffaello Baldini – con Ivano Marescotti – regia di Valerio Binasco – scene di Carlo De Marino - luci di Vincenzo Bonaffini – costumi di Elena Dal Pozzo – suono di Giampiero Berti – produzione Nuova Scena.
Visto in data 4 aprile 2013 al Teatro Diego Fabbri di Forlì – in cartellone fino al 7 aprile 2013.
>> Seconda parte degli appunti di viaggio di Riccardo Romagnoli (la prima parte la trovate qui).
Ci auguriamo che a questa seconda parte ne segua una terza – e lo facciamo subito dopo aver incocciato in un lascivo resoconto di viaggio, Sodomie in corpo undici di Aldo Busi. Quel là ci riconduce qua (i.p.)
Il ragazzo si chiama Kassahun e mi dice di essere una guida. Io alloggio al Jerusalem Guest House dove le pulci mordono, quando io sono a letto. L’escursione inizia alle cinque di mattina. Ci sono anche Yimaj e il suo mulo. La città di Lalibela è a più di 2000 metri di altezza sul mare. Da lì si va verso il monastero di Ashetan Maryam che si trova a 4000. Il cielo è buio e umido. Non ho fatto colazione e non mi sono portato niente da mangiare. Camminiamo in fila indiana, muti. I sentieri sono bagnati e fangosi. Dopo alcune centinaia di metri ho già il fiato corto e respiro a fatica. Chiedo che ci fermiamo e voglio montare sul mulo. Ma Yimaj mi fa capire che non è possibile perché il dislivello è troppo ripido e perché il suolo è fatto di pietre scivolose. Si continua. Sudo e ho freddo. Il cuore mi batte forte e pare mi scoppi. Sosto ansimando. Ho lo stomaco storto e vuoto. Un’ora è passata e la luce inizia a filtrare, tra nuvole compatte. I colori escono dalle indeterminate tenebre notturne e si differenziano, pur restando opachi e spenti. Il respiro migliora. Mi abituo all’altitudine e alle fibrillazioni che provoca. Anzi ora mi sento una particolare ebbrezza che somiglia agli effetti di una bottiglia di champagne. Il sole appare a tratti. Sono le dieci. A destra si apre una piana disboscata. Le rocce sono bianche e calcaree. Sentiamo i sibili ripetuti delle fruste con cui i bambini dei villaggi radunano il gregge. I suoni ricordano fischi di vento. Vengono da luoghi che non vedo e che poi appaiono, dietro una svolta in cui i ragazzi stanno aspettandoci ridendo e lanciando la loro frusta in aria. Poco oltre, gente adulta è riunita per un funerale variopinto. La chiesa è una fessura a bocca aperta sul costone verticale di masso. Dentro c’è paglia sul pavimento e una fonte d’acqua gelida. Siamo a metà strada. Si riprende il percorso. Guardo ancora il mulo, ma Yimaj fa cenno di no con la testa. Lasciamo le capanne d’erba secca e le lunghe croci copte inalberate come vessilli. Ho fame e sete. È luglio. È freddo. Il sole esce e sparisce. L’orizzonte si allunga e non ci sono più tracce di umanità. Il vento aumenta e diminuisce, se c’è un corridoio che lo spinge o se c’è un avvallo che lo interrompe. Si sale. La punta estrema della montagna è vicina. Risulta una parete compatta naturale. Non capisco se siamo arrivati. Sono stanco ma felice. Andiamo. Il portale d’ingresso è nascosto da un taglio disegnato nella roccia e invisibile. Il monastero di Ashetam Maryam sta in alto, sicuro, costruito nel 1200 dal re Lalibela. Entriamo, superando l’arco scolpito nel monolite. Il primo cortile è scavato nella terra, ombroso e geometrico. Un monaco schiaccia in un mortaio i semi di grano, preparando il pane della messa. Abita in una casa che non ha pareti. Il ritmo segue una cadenza da preghiera ipnotica. Gli edifici non sono differenziati dalla materia su cui furono costruiti e vi si adattano come una leggera e semplice velatura patinata. Un recinto ulteriore chiude un prato dove l’erba è folta. L’aria vibra sugli occhi che guardano. L’alto del cielo grigio e celeste si unisce al basso della terra verde e soffice. Si è sulla vetta del monte, circondata dalle mura del convento. Un uomo legge la bibbia. È seduto sullo scivolo naturale di una roccia piegata. Mormora. Alterna una riga letta sulla pagina istoriata e un cenno del volto che indugia sulle nuvole superiori.
© Riccardo Romagnoli
Francamente me ne Infischio
da Via col vento di Margaret Mitchell, regia di Antonio Latella
Drammaturgia di Federico Bellini, Linda Dalisi e Antonio Latella
Con Caterina Carpio, Candida Nieri, Valentina Vacca
Scene e costumi Marco Di Napoli e Graziella Pepe
Musiche Franco Visioli
Luci Simone De Angelis
Movimenti Francesco Manetti
Regia Antonio Latella
Assistente alla regia Francesca Giolivo
Datore luci Roberto Gelmetti
Fonico Giuseppe Stellato
Realizzazione costumi Cinzia Virguti
Produzione stabilemobile – compagnia antonio latella, La Corte Ospitale
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro/Vie Scena Contemporanea
(visto presso il Teatro delle Passioni, Modena in data 10/03/2013)
Ci sono l’Occidente e gli stereotipi della cultura pop americana, c’è soprattutto la tensione del teatro a farsi pensiero del mondo in Francamente me ne infischio di Antonio Latella, progetto drammaturgico e scenico in cinque movimenti da Via col Vento di Margaret Mitchell, condiviso con Federico Bellini e Linda Dalisi. Ciò che attende lo spettatore è un lungo viaggio nel mito a stelle e strisce, è un oratorio laico sull’America e sui suoi sogni infranti, sul mito e la realtà del paese che si è fatto mondo. Il kolossal teatrale di Antonio Latella è affidato a Caterina Carpio, Candida Nieri, Valentina Vacca che a turno sono Rossella O’Hara, il corpo femminile di un’America che sa essere contraddittoria e spietata, che sogna e persegue con determinazione le sue ambizioni, un’America puritana e sfacciata, nostalgica e spregiudicata. L’America con tutte le sue contraddizioni. Si parte con Twins, una carrellata di citazioni, una sorta di centone dei luoghi comuni e della retorica a stelle e strisce. Rossella O’Hara è una bambolina dalle fattezze di Valentina Vacca, è un’inquieta bambina attraversata da fremiti non prorio infantili, è Marilyn e Barbie, canta Non voglio mica la luna e dialoga con Neil Amstrong. Ci sono Bart dei Simpson ma anche lo scimmione di 2001 Odissea nello spazio di Kubrick. Il primo frammento si nutre di un immaginario condiviso di un’America pop che in Rossella individua il suo stereotipo, la declina nella donna pin up, ha bisogno tanto della dolcezza quanto della guerra. Fra un’ironia e un po’ di enfasi Twins dice tutto ciò che ci aspettiamo da un ‘discorso’ sull’America e la sua molteplice identità. L’America si trasfonde poi in Atlanta secondo frammento della pentalogia. In una città fatta di casette che assomigliano a gabbie per uccelli, o abitazioni per le bambole, Atlanta è la città e l’America, ma è anche Rossella vestita a lutto e impegnata a organizzare la festa per raccogliere fondi per le vittime della guerra di Secessione. Candida Nieri balla, sceglie fra il pubblico il suo uomo, lo porta al centro della scena, ci balla spensierata, ma pur sempre vestita a lutto e vola, dice di voler essere una farfalla e non una mosca. Nel ballo c’è tutta Atlanta. è il ballo in cui si raccolgono soldi per le vittime della guerra. Atlanta si conclude con un inno al verde, al colore verde del dollaro, e alla potenza del nero, il colore del petrolio, ma anche la pelle nera degli schiavi del profondo Sud. Il nero di Black è un concerto a tre voci in cui si fronteggiano tre donne: una indiana, una bianca e una nera, la Mami del romanzo/film Via col vento, la prima attrice di colore a vincere l’Oscar e la bianca Rossella di Caterina Carpio, simbolo della razza padrona che ammicca con una pistola a Kill Bill di Quentin Tarantino nel suo urlo di protesta e orgoglio, nel suo razzismo senza pudore. Lo scontro si trasferisce in Match, il quarto movimento, in cui al tavolo ci sono tre gentiluomini: Frank, il secondo marito di Rossella, Ashley, la sua perenne ossessione, e Rhett, lo scaltro seduttore con cui si è sposata la terza volta. Rossella è raccontata dai tre uomini: tre prospettive di una guerra d’amore e passione con un’unica sconfitta: lei. Tanto è ritmato, enfatico, retorico Black, quanto è teso, sospeso, tutto sussurrato Match, in un cambio di modalità narrativa e di vivacità inventiva che conferma Antonio Latella intelligente pensatore teatrale. Francamente me ne infischio si chiude con Tara. È un colpo al cuore, è pura visione. La casa, in cui una Rossella invecchiata si rifugia, è luogo della memoria, è la sua madeleine. è casa delle bambole, è mondo idilliaco, perfetto, quieto, sognato. è la speranza di un futuro gioioso che forse arriverà domani, quel domani che fa dire a Rossella: «Domani è un altro giorno…».
© Nicola Arrigoni
Non si volta neppure indietro.
Lo facciamo noi, qui. Addio a Pietro Mennea.
Un fotogramma del film Salò o le 120 giornate di Sodoma (P. P. Pasolini, 1975)
>> Riprendiamo qui gli appunti dell’intervento di Demetrio Paolin al corso tenuto da Raffaella Musicò “L’umorismo in letteratura e nella vita”. Il di lei intervento lo leggete qui.
1. Prima parlare del comico in Levi credo che sia necessario riflettere sul termine “comico”. Ovviamente noi intendiamo il comico come “genere”, il racconto, il teatro, e come genere riproduce determinati topoi narrativi. Ecco io non voglio parlare di questo ma della categoria del “comico”. Il mio discorso pur essendo un discorso legato ai romanzi non indagherà tanto le strutture del comico, quanto le sue fondamenta.
2. Il comico/Tradizione. Prendiamo la scena finale di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini (lo prendo come esempio perché, nella discussione sulla scrittura concentrazionaria, Salò rappresenta un esempio di come si possa parlare di lager senza quasi nominarlo). Nella scena finale due giovani uomini, erano a guardia del Casello, ballano al ritmo di una canzone e uno dei due ricorda la ragazza che lo aspetta. È questa una scena ‘comica’. Perché rappresenta l’uscita dall’orrore e dal raccapriccio che Pasolini ci ha distillato per l’intera durata del film.
3. Se ragioniamo di ‘comico’ non possiamo prescindere dalla nostra opera monumentale che guarda caso ha per titolo “Commedia”. Lo stesso Dante, nella lettera a Cangrande della Scala, ci spiega perché ha intitolato così le sue tre cantiche: “La commedia, poi, propone all’inizio le difficoltà di un evento, ma lo sviluppo di questo approda a un esito felice”. Tecnicamente il finale di Salò stando alle parole di Dante è “comico” perché ci propone un esito felice di tutta la storia.
4. Perché partiamo da qui? Perché partiamo dalla tradizione? Perché Levi è una scrittore della tradizione, che proprio ha affidato alla tradizione la lingua per dire il campo di concentramento.
5. Levi è uno scrittore comico? La domanda suona strana, ma non è per nulla mal posta. E la risposta a mio parere è sì, Levi è uno scrittore comico (ricordarsi: categoria e non genere). Giorgio Agamben nel suo libro Categorie Italiane parla proprio di questo tema e della “umiliazione comica”. Il riferimento è alla Commedia e a uno dei tanti momenti in cui Beatrice sgrida Dante che arrossisce, ma il discorso dell’umiliazione è uno dei fulcri centrali della commedia: pensiamo alle commedie di Plauto (come il vecchio è di solito sbeffeggiato e preso in giro, in una parola umiliato), pensiamo alle novelle delle beffe del Decameron oppure alla Mandragola di Macchiavelli. Pensiamo a Levi e prendiamo le parole con cui descrive il lento processo di abbruttimento degli uomini che entrano liberi nel lager e diventano infine schiavi. Levi ci descrive un uomo che poco alla volta non è più uomo. L’umiliazione è l’altra faccia della vergogna, anche la vergogna è un sentimento “comico” ( Dante si vergogna spesso e si vergogna spesso proprio nei confronti di Beatrice). Non è un caso che la prima apparizione della vergogna in Se questo è un uomo sia il corollario a una descrizione comica. Il strumento del comico in Levi è come vediamo piuttosto ampio, è legato alla singola descrizione, alla costruzione dell’episodio (l’inserto comico prima che venga giustiziato l’ultimo) e alla costruzione di un libro (La Tregua – romanzo costruito per divertire).
6. In Se questo è un uomo possiamo assistere a un altro fenomeno del “comico”. In quel capolavoro che è la Storia Della Letteratura Italiana del De Sanctis, il grande critico parla di Malebolge e fa una notazione interessante e precisa: dice che nei primi canti dell’inferno di Dante incontriamo uomini, poi a un certo punto – nel momento più profondo dell’Inferno – gli uomini spariscono e compaiono categorie (i ladri, i barattieri, i simoniaci, i traditori). In Levi assistiamo alla privazione del nome, la privazione dell’identità (non si contano termini come turba, insieme, l’uso generico del “noi”). Questi descrivono proprio quel processo di umiliazione comica.
7. Il processo finale di questo tipo cammino è il “grottesco”. Il grottesco è una categoria del comico e Dante lo usa spesso e volentieri. Il grottesco, attenzione, non è solo un tema “infernale”, ma appunto è un tema trasversale del poema: ed è sottocategoria del comico. Pensiamo solo alla descrizione della Vergine nel paradiso: figlia del suo figlio, vergine e madre. Non è forse una descrizione grottesca? È certo che nell’Inferno Dante impreziosisce le sue descrizioni con un “grottesco” d’autore. Levi, come abbiamo visto prima, spesso nelle descrizione lascia cadere un tocco di grottesco: penso a quando definisce la condizione dei deportati – simile a quella di uova senza guscio. L’esempio più lampante è forse in un racconto che si intitola Il nostro sigillo. Tutti i personaggi di questo racconto sono caratterizzati da una deformità che non è solo fisica, ma anche morale. Sono descritti alle prese con i tormenti dei pidocchi, della scabbia, sono descritti litigiosi per ogni minima cosa.
8. Gli indizi quindi sono sufficienti per dirci che Levi è scrittore comico, nel senso più profondamente dantesco del termine, tanto che arriva a toccare anche la struttura del racconto ovvero il “modo” di dire io. Levi tratta se stesso, il se stesso che agisce in Se questo un uomo, come Dante tratta il Dante della Commedia (torniamo al Contini del Dante come personaggio della Commedia), tanto che mette in scena una sorta di “Io postumo”.
9. Cosa significa Io postumo? Prendiamo Dante, che divide pienamente tra l’actor e l’agens e la frattura che si propone è qualcosa di più della semplice distinzione tra autore/narratore/voce narrante: Dante è depositario di una esperienza più profonda, di una esperienza di assoluto che in un certo senso lo cambia, lo oltraggia. Dante scrive come se non fosse più lui, come se fosse un altro; è il precipitato finale di quella umiliazione comica, che per Agamben è il nucleo fondante del poema dantesca. Dante scrive come se fosse un altro; è la grande illuminazione di Rimbaud, che Pasolini riprende nella sua riscrittura della Divina Mimesis, “Io è un altro”.
10. Questa alterità è tipica di Levi, questa posterità è presente nei suoi libri. Penso alla distinzione dei tempi del racconto. Levi usa il tempo presente, ma certe volte è l’oggi in cui scrive, altre volte è l’oggi del vissuto del lager . Altre volte la crasi è nella stessa difficoltà di riconoscere se stesso in ciò che è stato allora (Cerio, Sistema Periodico) ovvero il famoso “pallido compare” che compare in diverse liriche leviane.
11. In conclusione la scrittura comica è, per mio conto, una scrittura dell’offesa e dell’umiliazione (ricordiamo che il personaggio che desta risa nell’Iliade è il vecchio Tersite che rimane il primo personaggio ‘comico’ del nostro canone occidentale) che ci permette e ci dà la possibilità di ridefinire la scrittura dell’io come una scrittura in bilico tra oltraggio e memoria.
© Demetrio Paolin
>> Riccardo Romagnoli mi ha mandato questo testo diverso tempo fa – e quando dico diverso, intendo Così tanto che me ne vergogno.
Riccardo Romagnoli è uno scrittore che mi ha lasciato basito: sul suo Il diciottesimo compleanno avevo nutrito molti buoni pensieri e qualche riserva, essendomi parso – a differenza di alcuni scrittori stitici, che si tengono tutto dentro e ti lasciano un aggettivo sul foglio perché così è scritto sui manuali – a volte troppo in là, troppo lanciato, troppo corrosivo.
Come un succo gastrico che ecceda e si tramuti in, come si chiama, riflusso esogastrofageo. O qualcosa del genere.
Solo che mi piace, dei romanzi e dei film, gustarmi nel tempo anche le sensazioni ulteriori, la eco – lo chiedo per il mio e mi piace concederlo a quello altrui.
Il retrogusto di Il diciottesimo compleanno mi ha confermato come si trattasse di un libro a salire nel tempo. E me l’ha confermato anche nel bel racconto sull’antologia Nottola Xmas Gift, che potete sentire letto da Cecilia Cinardi qui.
Questo è il primo dei due resoconti di viaggio. Il secondo, a breve – ma a breve davvero, stavolta. (i.p.)
Arrivo a Gonder. Piove. Un grosso nubifragio estivo. Nel taxi ci sono due ragazze inglesi. Io chiedo di andare all’hotel Quara. L’autista mi guarda e sorride leggermente. Si ferma. Scendo. Il cielo è scuro. Il temporale ha pesanti e rapide fitte gocce. Sono le cinque del pomeriggio. Salgo le scale dell’albergo. È bianco, di marmo. Ha forme curve. Le finestre si dispongono tutte insieme accorpate e sembrano di un piroscafo. Fu costruito negli anni trenta dagli italiani. Chiedo e ottengo una piccola camera opaca. Non attendo che smetta di piovere. Esco e passeggio per la piazza principale dove rimane il Cinema Impero e dove il bar d’angolo (che una volta si chiamava Roma) ha un bellissimo bancone in perfetto stile decò. Bevo un espresso e inizio a esplorare la città. A sud, sopra una collina appena accennata, stanno i palazzi reali, circondati da mura possenti. Furono costruiti nel 1600. Le porte sono chiuse. L’erba verde e le nuvole umide completano l’effetto di un edificio estraneo. Si dice che fu costruito da architetti portoghesi, per volontà e ordine del re Fasilida. E’ un pezzo d’Europa medievale dentro territori africani. La pioggia cessa. Subito sento un canto ritmato. È di bambini. È una litania allegra, sapientemente cadenzata. Mi guardo intorno e non vedo niente e nessuno. Le voci si interrompono. Poi riprendono. Giro lungo le mura della cittadella. Guardo all’interno i prati spugnosi e folti, soffici. Il coro comincia ancora. È più vicino. Di fronte alle mura c’è il cortile di una scuola. I bambini sono all’aperto. Il maestro intona e gli allievi ripetono. Su una grande lavagna ci sono lettere in alfabeto ahmarico. Diventano melodie. Gli studenti mi vedono. Ridono e continuano a imparare. Nessun altro suono si mescola al loro. Si alza un vento debole ma fresco. La luce è ormai crepuscolare. Torno in albergo per una doccia e sono di nuovo fuori. Voglio andare al ristorante Yishi Ema, che si trova sui rialzi ondulati che circondano la città. Cerco la strada, insicuro. Il luogo è deserto e silenzioso. Lascio alle mie spalle le case di Gonder. Mi trovo in una campagna quieta. Dapprima non mi accorgo. È solo un leggero fastidio. Mi proteggo con la mano e allontano un insetto che mi carezza il collo. Sta calando una penombra bagnata. L’aria è trasparente e resa pulita dal temporale. Respirata, mi dà energia. Non ci sono lampioni o case. Terra, cielo, strada, campi, si stemperano e si sommano, in una luce sempre più tenue e amalgamata. I chiaroscuri scivolano in confini dimenticati. Le cose scompaiono in parte, e in parte restano limpidissime. Avverto qualcosa che si muove intorno a me, mi tocca, mi sfiora, vola, si addensa, si alza, si abbassa, zigzaga, devia, frulla. Guardo. Sento ali che si posano sulle mie braccia e sul mio volto. Sono centinaia ora che mi stanno vicine e mi colgono. Mi rendono più esteso, adagiandosi sui miei vestiti e sul mio corpo che acquisisce una linea raddoppiata di contorno. Volano moltiplicandosi in tutta la valle che percorro. Sono infinite, libellule di un colore indistinguibile, che nascono da ogni luogo e da ogni pianta. Nel silenzio che permane, sento perfino lo sbattere delle loro quadruplici ali finissime. Smetto di proteggermi. Accetto. Mi circondano. Non vedo. È buio. In fondo alla via appaiono il neon e l’insegna del ristorante. Mi accorgo di aver chiuso gli occhi. Li apro. Sono solo. Le libellule scomparse. Ho fame. Mangio. È notte piena.
© Riccardo Romagnoli
Se la malattia della fine Ottocento era l’ennui, quale potrebbe essere – a distanza di 120 anni – il mal du siècle?
Mi viene in mente la tragedizzazione del nulla: l’eliminazione di sentimenti reali a favore di quelli apocrifi. Là dove era tragedia oggi abbiamo stati d’animo patentemente disperati sui social network, in cui l’ostensione pare più importante del sentimento stesso e delle sue risultanze; l’inseguimento di un’emozione da spandere status su status, ogni volta a superare quella altrui per qualità e quantità, vede esilarante un istante e devastante quello dopo. Un’alternanza schizofrenica degli opposti sentimenti che ha tolto di mezzo il senso pregiato della misura.
Detto questo, vengono a meraviglia – a reale meraviglia – i film lunghi, gli spettacoli lenti, le musiche che capiscono che il limite della pazienza può essere allenato se il linguaggio quella pazienza la rispetta; e vengono a meraviglia i sentimenti veri che erompono in mezzo a questo panorama di Club Med. Qui Antonio Latella, regista teatrale, riesce dove molti si arenano, riprendendo un discorso che poggia sul testo classico e contaminandolo senza riserve con una modernità che lo fa sfociare nell’attuale. Così le opere di Oliver Sacks, il neurologo inglese, diventano una riflessione sull’essere in (H)L_Dopa; così l’Achab di Melville si trasfigura nel volto emaciato di Albertazzi in Moby Dick, che da capitano diventa un Amleto moderno; così – lo vedremo presto su queste stesse pagine – Rossella O’Hara da traghettatrice del ruolo delle donne dall’800 al ‘900 si fa figura oscillante in Francamente me ne infischio, dispersa tra la modernità dell’America e una scimmia che ricorda simbolicamente di continuo da dove veniamo, chi siamo, anche (oddio!) chi ci giudica. Così avviene anche in Un tram che si chiama desiderio, di Tennessee Williams, cui abbiamo avuto modo di assistere al Teatro Pubblico di Casalecchio di Reno (3 marzo) e che ora ha traslocato per le ultime repliche al Piccolo Teatro di Milano, fino al 24 marzo.
Il sentimento non è tragicizzato ma tragico: la frattura che porta in scena Laura Marinoni, superba nel ruolo che fu di Vivien Leigh nell’opera di Kazan, ricorda la Björk di Dancer in the dark, così dolente da riportare alla luce sentimenti trasmigrati nel ricordo, trasfigurati. La Marinoni, qui Blanche DuBois in cerca di un recupero e come le grandi eroine fallite della storia in perenne ritardo su un perenne recupero, interagisce ed è quasi riecheggiata nelle scelte scenografiche – poltrone amplificate, oggetti che si sovrappongono gli uni agli altri, quasi a creare un sovraffollamento fisico nel quale non sono i rapporti a disintegrarsi ma le persone stesse. Il suo dolore non si riprende solo attraverso le tecniche vocali ma anche attraverso una fisicità troppo poco in uso nel teatro italiano e che invece Latella talvolta esaspera, bloccando i gesti o esacerbandoli, accompagnandoli con musica pop o canzonette o brutale cacofonia a squassare la scena, decomporla affinché il testo – così depurato da altre imponenti interpretazioni – erompa nella sua fertilità, nella sua attualità. E le luci creano un personaggio a sé stante, già presente nel lavoro di Williams – le luci che Blanche vuol basse perché “una lampadina nuda mi fa lo stesso effetto di una sgarberia o di una brutta parola” (così nel testo Einaudi, traduzione di Gerardo Guerrieri). Le luci che Blanche vuol basse perché una luce si fa inquisitoria, rivela un volto, si fa presenza matriarcale come nel Don Giovanni (frequentemente accade che Latella intrecci scelte sceniche nelle proprie opere, agisca stessi attori in diversi ruoli, reinterpreti in nuove chiavi vecchie scelte). Si fanno stroboscopiche, queste luci, epilettiche a confrontarsi col pubblico; si fanno luci accese in sala, come a dire “Eccovi, siete voi e siete in scena anche voi, la quarta parete non esiste più, siete giovani e vecchie, calvi e imparruccate, frantumati pure voi”.
Frantumati pure noi; viene da dire, finalmente.
UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO
di Tennessee Williams.
Traduzione: Masolino d’Amico.
Regia: Antonio Latella.
Scene: Annelisa Zaccheria.
Costumi: Fabio Sonnino.
Luci: Robert John Resteghini.
Suono: Franco Visioli.
Interpreti: Laura Marinoni (Blanche DuBois), Vinicio Marchioni (Stanley Kowalski), Elisabetta Valgoi (Stella DuBois), Giuseppe Lanino (Mitch), Annibale Pavone (Infermiere, Eunice, Steve), Rosario Tedesco (Dottore).
Assistente alla regia e foto di scena: Brunella Giolivo.
Produzione: ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile di Catania.
Visto al Teatro Pubblico di Casalecchio di Reno (BO) il 03/03/2013. In scena al Teatro Piccolo di Milano di Roma fino al 24 marzo.
Jacques Henri Lartigue, Rouzat, Dé Dé, Lartigue’s cousin, diving with water wing, 1911
“L’eau était froid et j’étais content de nager”.
Albert Camus, L’étranger.
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